Supporto servizi Pedagogista

Bocci Michela Dottoressa Pedagogista
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La pedagogista collabora insieme alla psicologa per sostenere le linee educative del genitore durante un lutto, così da offire al bambino quella routine e sicurezza di cui necessita. Oggi si tende a riconoscere solo un aspetto doloroso del lutto e per questo i genitori tendono a proteggere i bambini eccessivamente, ritardando inevitabile il momento dell'incontro con la perdita di una persona vicina.

Quasi tutti i genitori sono convinti dell'utilità di parlare apertamente dei processi biologici relativi alla vita, educare alla affettività e alla sessualità già dalla prima infanzia ma quando si tratta di affrontare il momento finale si trovano senza parole. Oggi infatti i bambini sono inondati di informazioni importanti, ma non di rado vengono lasciati soli nei momenti fondamentali: per esempio, sanno tutto sulla deriva dei continenti, ma non gli viene detto che è morta la nonna o il fratellino e per quale malattia. È vero, i bambini sono piccoli, ma piccolo non vuol dire stupido o incapace.

I bambini hanno bisogno di rispetto, di verità e fiducia per potere dare un senso a ciò che accade intorno a loro e ritrovare la sicurezza per continuare a crescere. Hanno bisogno soprattutto di parola perché è proprio la parola, e soprattutto la qualità della parola, che può lenire l'effetto di un evento drammatico come la morte di una persona cara. Il lutto non è una malattia, ma il tempo doloroso della vita legata alla perdita, e sono spesso le soluzioni trovate per affrontarlo che possono invece rivelarsi problematiche.

 

La storia della libellula coraggiosa“, scritto da Chiara Frugoni, storica specialista del Medioevo e di storia della Chiesa, e illustrato dal pittore e scenografo Felice Feltracco (edito da Feltrinelli Kids), è un racconto luminoso fatto di suggestioni, metafore, immagini dalla bellezza trascinante.

Una mamma spiega al suo bambino la morte del nonno paragonandola al viaggio compiuto da una libellula coraggiosa senza ali. “Ma le libellule hanno le ali!” ribatte il bambino. “Quando sono piccolissime no. Tu, appena nato, non avevi i denti ed eri pelato”, lo corregge la mamma.

l dialogo tra i due si infittisce, il figlio pone domande, la mamma risponde sollecitando la sua immaginazione attraverso il racconto di un’avventura: la piccola libellula viveva con le altre larvette, sue sorelle, sul fondo dello stagno, dove giocavano, si nutrivano, si difendevano dagli assalti dei pesci grandi. Poi un giorno decise di salire in superficie e di scoprire cosa c’era fuori. Un gesto coraggioso, accompagnato però da una promessa: “Tornerò a raccontare quello che ho visto”.

Le piccole larve, infatti, non capivano cosa succedesse lassù e perché tutte le loro sorelle più grandi, una volta intrapreso quel misterioso viaggio, non fossero mai tornate.

Quando toccò alla libellula coraggiosa arrampicarsi su uno stelo lunghissimo per affiorare in superficie, rimase senza fiato: pervasa dai raggi del sole, dalla bellezza delle ninfee, dai fiori colorati, dalla grandiosità della natura e del cielo… ora le erano spuntate le ali!

La felicità della scoperta fu presto offuscata dalla consapevolezza che non avrebbe potuto mantenere la promessa fatta alle sorelle: ormai non respirava più nell’acqua, come le larve, e non avrebbe potuto ritornare da loro a raccontare ciò che c’era lassù, sopra lo stagno. Non c’era nulla che potesse fare per tenere fede alla parola data. Questo era il destino di tutte le libellule.

La malinconia della libellula non durò molto, perché sapeva che anche le sue sorelle, un giorno, avrebbero volato felici sopra lo stagno. E avrebbero capito quello che era successo. Un giorno, tutte si sarebbero riunite lassù e questo pensiero cancellò la sua tristezza.